DALLA MARSICA – Se si ascoltano le numerose voci dei lavoratori che prestano la loro opera in seno alle diverse cooperative sociali marsicane, emerge una situazione di sfruttamento del lavoro che poco o nulla ha a che vedere con il mutualismo, la solidarietà tra soci, la più autentica identità del cosiddetto socio-lavoratore o socio-imprenditore.

La condizione di questa tipologia di lavoratori è poco invidiabile per una lunga serie di motivi, pur costituendo la vera ossatura e il motore trainante delle cooperative. Soprattutto di quelle che si definiscono eufemisticamente “sociali”. Spicca da alcune testimonianze un quadro allarmante, che vira pericolosamente verso l’imposizione di livelli sfruttamento simil-coreani. Per Marisa, nome di fantasia (il riserbo è d’obbligo pena licenziamento, minacce, mobbing, intimidazioni ed altro), la cooperativa in cui opera è da sempre una vera e propria impresa privata, dove il valore aggiunto è costituito dal “di più” offerto gratuitamente dai soci  in termini di partecipazione alla causa aziendale, di autoriduzione del valore della prestazione lavorativa, della totale disponibilità a sobbarcarsi turni massacranti, sacrifici economici pesanti, tutto in nome del bene della cooperativa stessa.

Secondo Mirella, altro nome di fantasia, i soci-lavoratori o soci-imprenditori non hanno alcun titolo e nessun potere sugli obiettivi della cooperativa, sull’organizzazione del lavoro, sui processi operativi. Tutto sarebbe nelle mani del boss-presidente e delle poche persone di fiducia di cui si circonda. Una casta di inamovibili dirigenti, specializzati non meno di manager aziendali veri e propri, nei ruoli di organizzazione e nel comando della forza lavoro. Il concetto dello scopo cooperativistico, insomma, albergherebbe altrove.

Fondamentalmente, rispetto ad alcune aziende padronali classiche, le cooperative sociali avrebbero una lunga serie di vantaggi tanto in termini di consenso dei lavoratori al loro sfruttamento, quanto nell’utilizzo dei fondi versati dagli stessi da cui attingere per gli investimenti.

«La legge sulle cooperative – chiosa un anziano cooperatore- prevede che siano le assemblee dei soci a produrre decisioni. Una favola. Chi conosce sufficientemente le cooperative sociali – sottolinea – sa quanto le assemblee siano completamente svuotate di qualsiasi potere decisionale».

In sintesi, le cooperative altro non sarebbero che vere aziende padronali, gestite da gruppi dirigenti formalmente eletti ma, in buona sostanza, inamovibili. Accendere non un faro ma un potente riflettore su questo strano ed equivoco mondo del lavoro da parte delle istituzioni e degli enti preposti ai controlli, contribuirebbe a sventare le continue truffe ed umiliazioni a danno di indifesi lavoratori.

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